Sì, anche i fasci fanno rap. Da più di 20 anni (e senza chiedere il permesso)

 

A quando risale questa storia? Sì, quella del rap “nazionalista”, del rap “di estrema destra”, del rap “dei fasci”. Quand’è che, per la prima volta, qualcuno proveniente dalla parte sbagliata ha deciso di inserire versi parlati su una base ritmata? A leggere certi “esperti” (?) sarebbe un fenomeno di oggi: tutto inizierebbe con il nuovo, potentissimo brano dei Drittarcore, “Difendi Roma”, band romana sorta all’interno della militanza di CasaPound. Ma, a parte che gli stessi Drittarcore non nascono oggi, cosa che gli “esperti” (?) forse dovrebbero sapere, la verità è che il mondo della musica non conforme inteso nella sua globalità, per quanto affollato di iniziative a volte effimere e spesso stereotipate, ha anche prodotto una serie di sperimentazioni d’avanguardia che non iniziano oggi. Il rapporto con il rap – inteso come genere musicale, perché la sottocultura hip hop è un’altra cosa – è uno di questi tentativi e ha una storia ormai ragguardevole.

I primi ad aver tematizzato un rapporto tra musica politica identitaria e musica rap sono probabilmente i Basic Celtos, cinque normanni e un bretone che negli anni ’90 irrompono nella scena musicale alternativa francese con uno stile tutto nuovo, che mescola rap e sonorità celtiche. Furono anche i primi a dover rispondere all’eterna domanda sulla musica nera in bocca agli identitari bianchi. “Lo stile di Basic Celtos è tutto nostro. Amiamo la forza e la potenza di certo stile rap e pensiamo che sia possibile giocare con le parole mescolando ritmi e bassi forti alla musica tradizionale europea. Del resto abbiamo anche strumenti più tradizionali, e dunque identitari”.

Erano gli anni ’90, abbiamo detto. I Basic Celtos non sappiamo che fine abbiano fatto, ma in Francia la tradizione non si è perduta. Oggi troviamo Kroc Blanc, Goldofaf, Mc Amor, Amalek. “I rapper mi detestano perché sono nazionalista, i nazionalisti mi detestano perché faccio rap”, dice Kroc Blanc. È una storia già sentita. “Il rap – spiega Goldofaf – è una musica che piace molto ai giovani grazie al suo spirito di rivolta. Come nazionalista e cattolico volevo far passare le mie idee attraverso questo stile musicaleil rap permette, grazie alla lunghezza dei suoi testi, di sviluppare un discorso ricco, complesso e articolato. Volevo anche rispondere ai rapper commerciali, in particolar modo al gruppo Sniper che insulta il nostro paese e il suo popolo, che ‘incula la Francia’, che diffonde odio e distruzione (nella canzone La France). Volevo far capire che i giovani come me avevano ancor più ragioni di battersi contro il sistema di chi se ne approfitta spudoratamente”. Tutto questo mentre il rap mainstream, spiega Amalek, “puzza di merda e si omosessualizza. Il rap non ha più nulla di hardcore al di fuori della forma: agitare fucili, esibire mucchi di soldi insultando le madri degli altri con 50 altri ragazzi alle spalle è facile ma camuffa un discorso che ha sempre meno di sovversivo. Ascolta i nostri suoni e sentirai dei rapper che prendono davvero dei rischi nell’esprimersi, dei ragazzi che parlano con il cuore e la cui rabbia non ha niente di simulato. È forse il rap nazionalista che salverà il rap francese”.

Intanto il rap nazionalista spopola in tutta Europa. In Russia c’è un fiorire continuo di rapper che fanno riferimento all’identità nazionale, alla Chiesa ortodossa, alla fratellanza panslava, con gruppi come 25/17 (è una citazione da Pulp Fiction), Oligarkh, Sol Zemli, Komba Bakh, Nastoyatel (“Dov’è andata a finire la Russia pura e bianca?”, canta, mentre altrove attacca i “liberasty”, crasi di liberal e pederasti). Una tendenza che si registra anche in SerbiaIn Germania sta facendo parlare di sé Chris Ares (“Stiamo combattendo per gli antenati di questa nazione”, “È nero, rosso e oro, questo è il mio sangue, il mio orgoglio, il mio popolo”). Più radicale l’ex “stalinista” MaKss Damage, che da tempo frequenta la scena nazionalista tedesca.

E in Italia? Forse il proto-rap nazionalista va ricercato addirittura in “Tifo servaggio”, la divertente e provocatoria incursione nel mondo ultras estremo degli Intolleranza, la band culto degli anni Ottanta. Non era, e forse non voleva essere, rap, di sicuro era una sonorità nuova, molto ritmata, differente dagli altri brani, molto più rock-punk, della band e in cui si avverte un certo spirito del tempo musicale. Mentre “a lato” del genere merita certamente una menzione lo stile di Sottofasciasemplice, definito dall’artista stesso come “elettrocomizio”: la hit “Come mai” ne è un buon esempio, ma anche “Sorpasso elettronico”, dove la dimensione del “comizio” è ancora più accentuata. Si tratta della riscoperta di una modalità discorsiva e verbale tipicamente italiana che sposa la musica elettronica. Più recentemente, impossibile non citare il crossover dei Gang Calavera e la meteora The Horrible Night. E poi, ovviamente, Drittarcore.

A questi esperimenti si oppongono in genere due tipi di obiezionela prima, bipartisan, è che gli identitari non possono suonare “la musica dei negri”. Notizia bomba per i fan di questa illuminata posizione: il rap è uscito dai ghetti un sacco di tempo fa. Credere che un ventenne italiano che oggi ascolta o produce rap debba per questo accollarsi la faida tra East Coast e West Coast degli anni ’90 o le varie problematiche dei quartieri afroamericani è semplice follia. Nel frattempo abbiamo avuto Eminem, abbiamo avuto il Nu Metal, abbiamo avuto mille sdoganamenti di quel genere in ogni ambito possibile. Il rap fa semplicemente parte del paesaggio, è ormai completamente decontestualizzato. Se poi vogliamo affermare che le origini “black” del genere fissino dei paletti invalicabili, beh, ci poniamo su una china pericolosaSe è per questo: niente musica elettronica, niente rap. E la musica elettronica ha origini prettamente bianche (anche senza volerci riferire al precursore massimo, il futurista Luigi Russolo). Ma è proprio l’approccio a essere sballato: a Pitagora è stata attribuita una visione schiettamente antidemocratica, ma non per questo quando uno del Pd costruisce un triangolo rettangolo la somma delle aree dei due quadrati costruiti sui cateti cessa di essere è uguale all’area del quadrato costruito sull’ipotenusa. I fratelli Lumière erano nazionalisti e collaborarono con Vichy, eppure tanti cineasti di sinistra non avvertono alcuna contraddizione nel servirsi della loro invenzione. Guglielmo Marconi era fascista, ma non per questo possiamo andare a togliere il telefono di mano a chiunque non rimpianga Mussolini. E così via. Il rap è semplicemente un genere basato fortemente sulla parola, quindi perfetto per chiunque abbia qualcosa da dire (il che, a dirla tutta, escluderebbe dal genere la gran parte dei suoi esponenti di punta).

La seconda obiezione è quella “sottoculturale”. Come noto, una sottocultura è una cultura minoritaria che aspira a riprodurre in una nicchia sociologica tutte quelle gerarchie, quei divieti e quei tabù che dominano la cultura mainstream. Anzi, proprio perché minoritaria, la sottocultura patisce la pressione della cultura dominante, e questo la rende ancora più paranoica. Le sottoculture sono creatrici naturali di bigottismo. Il che non vuol dire che non abbiano talora veicolato istanze d’avanguardia o che chiunque sia passato per una sottocultura sia un micro-conformista. Ma, in generale, si tratta di ambienti che tendono istintivamente all’irrigidimentoEcco allora che emerge questa entità morale suprema: la ScenaSe vuoi fare rap devi essere della Scena, devi rispettare la Scena, devi fare gavetta nella Scena. Ignorare la Scena è il supremo peccato mortale, perché in questo modo si sfancula una gerarchia consolidata che frutta infinite rendite di posizione. È un peccato di lesa maestà. “Ma come, tu vuoi fare rap e non sei passato da X, non hai parlato con Y, non hai suonato allo Z, non ti produce W, non hai il permesso di J?”. Questo continuo invocare un inesistente Ministero dell’Autenticità Sottoculturale che distribuisca patenti è piuttosto bizzarro in un contesto che dovrebbe vantare origini “di strada”. Dove, a rigor di logica, l’unica legge dovrebbe essere che chi vuole fare qualcosa la fa, dove l’unica libertà è quella che ti dai e che riesci a sostenere. Chi vuole un diritto se lo prende, se ne ha la forza, se ha le palle per farlo. Ma è un ragionamento che non deve essere più tanto comprensibile per chi pretende di fare controcultura con la Costituzione sotto braccio.

Adriano Scianca

Fonte: http://www.ilprimatonazionale.it/spettacolo-2/si-anche-i-fasci-fanno-rap-da-piu-di-20-anni-e-senza-chiedere-il-permesso-56834/#amAbttIHpELIbSFu.99